Il mercato del lusso non è fatto solo di yacht, attici a molti zeri e alta moda. Esiste un comparto quasi invisibile, che non conosce crisi e che si muove con discrezione dietro i cancelli delle grandi ville: è quello delle tate d’alto profilo. Grandi nomi dell’imprenditoria, calciatori e vip, come Aurora Ramazzotti, Cristina Chiabotto o Clio Make Up, possono offrire ai propri figli opportunità educative difficilmente accessibili ad altri e oggi cercano figure che non siano semplici babysitter, ma vere e proprie manager dell’infanzia.
“Nella fascia alta, quindi grandi cognomi italiani, le tate sono sempre esistite. Erano chiamate bambinaie. E solitamente erano figure che entravano in una famiglia e ci restavano anche per 30 anni”, a raccontarci come si è evoluta la figura della tata d’élite è Elisa Sivieri, ex tata che da circa 4 anni gestisce la sua agenzia di consulenza “Tata da favola”, aiutando “imprenditori, calciatori e cantanti - mi ha chiamata anche il mio cantante preferito ma ovviamente non posso dire chi è - a trovare la giusta figura per le loro esigenze”.
Da commessa a tata di alto profilo, la storia di Elisa Sivieri
Si trattava di un settore ancora “più silenzioso e discreto di adesso poiché rimanevano tutta la loro vita lavorativa nella casa in cui erano entrate. Oggi il mercato è molto veloce: rimanere tanti anni in una famiglia è raro, anche perché i rapporti sono diventati più complessi e perché si sta cercando un equilibrio maggiore tra lavoro e privato”.
“Quando ho iniziato a fare la tata avevo 25 anni, e l’ho fatto per 15 anni. Ero quella che viene chiamata una ‘tata viaggiatrice’ perché seguivo le mie famiglie in giro per il mondo. Era una vita complicata. Io ero una tata convivente e questo comporta l'avere pochissima vita privata. A 40 anni ho capito che volevo prendere un’altra direzione e così ho fatto”, racconta con soddisfazione Sivieri.
Il suo ingresso nel settore è stato rapido: al primo annuncio, dopo un corso di formazione e uno di sicurezza, ha risposto una famiglia molto facoltosa della sua zona. Con loro è rimasta per 5 anni e ha avuto modo di formarsi e capire che era tagliata per quel tipo di contesto. “Io ero una commessa, una commessa triste, e avevo il desiderio di fare qualcosa che mi facesse sentire viva. E la mia idea alla fine è risultata vincente”.
Com’è cambiato il ruolo delle tate: tra accordi di riservatezza e competenze specifiche
Oggi, quelle che fino a qualche decennio fa erano chiamate bambinaie, sono diventate ‘nanny’. Delle professioniste del settore con competenze iper-qualificate da non confondere assolutamente con le babysitter. "La babysitter è una figura saltuaria, spesso una studentessa. La tata è una professionista che vive del suo lavoro. Quando parliamo di 'alto profilo' intendiamo figure che sono spesso laureate (laurea in Scienze dell'educazione primaria e Scienze dell’educazione sono gli unici titoli riconosciuti a livello ministeriale), hanno specializzazioni nel metodo Montessori o steineriano, ma anche capacità "sportive", come andare a cavallo, nuotare, sciare, che conoscono più lingue e che quindi possono seguire i compiti di bambini che sempre più spesso frequentano scuole bilingue”, ci spiega Giulia Garroni Parisi, referente del Diamond Team di Nanny&Butler.
Le nanny firmano accordi di riservatezza, hanno - se lo prevede il loro contratto - la valigia sempre pronta per lo yacht o un soggiorno in montagna. Ma uno dei requisiti fondamentali è la discrezione. “È un gioco di parole”, continua Sivieri, “servono tate di alto profilo ma capaci di tenere un profilo basso. Niente foto ai bambini o alle ville da postare sui social, etica e assenza di giudizio. Se ti presenti ai colloqui in shorts o fai pettegolezzi, il castello crolla”.
Un rigore che si traduce in contratti pagati bene, soprattutto al Nord, dove le famiglie internazionali sono più presenti. “Si tratta di persone disposte a pagare tanto per avere in breve tempo quello di cui hanno bisogno”, sottolinea Sivieri. “La tata non pulisce i bagni”, chiariscono entrambe, “si occupa della camera del bambino, della sua nutrizione e del suo sviluppo. È una figura educativa, non una domestica ibrida”. Una distinzione che segna il confine tra lavoro domestico e lavoro educativo, ma che nella pratica italiana - dove la figura ibrida è ancora molto richiesta - resta spesso più teorica che reale. Sivieri sottolinea che gli italiani vorrebbero che una sola figura riuscisse a “risolvergli la vita”, ma è evidente che più si ricercano caratteristiche particolari, più questa visione ibrida della tata è inconciliabile.
Stipendi e tasse: la verità dietro i "4.000 euro"
Le tariffe variano in base a formazione, esperienza, referenze, abilità specifiche e alle richieste della famiglia. Una puericultrice (esperta di neonati) può costare tra i 1.300 e i 1.500 euro a settimana per un impegno h24, che dura tra i 3 e i 6 mesi. Le tate conviventi possono arrivare anche a oltre 4.000 euro al mese; per quelle con orario concordato, ad esempio 9-17, si parte dai 2.200 euro al mese. Se la famiglia ha esigenze per tutta la settimana, con anche disponibilità a viaggiare, viene consigliata la figura delle tate a rotazione: due professioniste che si danno il cambio per garantire alla famiglia una copertura totale e alla lavoratrice il riposo necessario per non “scoppiare”.
Ma non è tutto oro quello che luccica. Se le retribuzioni sembrano da capogiro, Sivieri solleva il velo su un dettaglio tecnico spesso ignorato: “In questo settore la famiglia non è sostituto d'imposta. Se una tata percepisce 4.000 euro mensili, deve sapere che su quella cifra dovrà pagare l'Irpef di tasca propria. Alla fine, il netto reale è molto più basso. Io consiglio sempre un fondo pensione e un doppio conto corrente per accantonare le tasse”.
Il mercato in Italia e l'avanzata dei “Manny”
Sebbene la domanda sia concentrata maggiormente in grandi metropoli come Milano o Roma, la richiesta proviene da tutta Italia, “poiché - sottolinea Sivieri - le grandi proprietà e le famiglie benestanti sono distribuite su tutto il territorio nazionale”.
Attualmente, il mercato è florido e le ricerche sono superiori all'offerta. “Le tate conviventi sono ricercatissime, ma la loro disponibilità sta diminuendo perché le persone cercano un maggiore equilibrio tra vita professionale e privata”, concordano entrambe. "C'è poco 'pane buono'", lamenta Sivieri. Molte tate italiane che parlano fluentemente l’inglese preferiscono l'estero, dove gli stipendi sono ancora più competitivi. “Ma l'Italia sta recuperando”, sottolinea Garroni Parisi, “soprattutto grazie alle tante famiglie straniere che scelgono di trasferirsi qui, portando standard internazionali e una nuova cultura dell'infanzia”.
E proprio parlando di standard scopriamo che lo Stivale si sta aprendo alla figura del tato, chiamato Manny. “In Inghilterra e Stati Uniti esistono da 15 anni, in Italia la richiesta sta crescendo ora per i figli maschi dagli 8 anni in su”, spiega Sivieri. “Sono figure sportive, capaci di ‘fare la lotta’ o giocare a calcio. Non sono molti, ma in Italia qualcuno c'è”, conferma Garroni Parisi.
In famiglia, ma non “di” famiglia
La retorica della tata “di famiglia” si scontra con la realtà del lavoro. Le rappresentazioni di personaggi come Mary Poppins o Tata Matilda sono lontane dalla quotidianità di una professione che richiede confini chiari, sia lavorativi sia emotivi.
Vivere in una famiglia che non è la propria e crescere bambini che non sono i propri richiede non solo preparazione, ma anche consapevolezza del distacco. “La professionista sa che il suo ruolo è temporaneo. Per questo ho scelto di non mantenere contatti con i bambini che ho cresciuto, per evitare attaccamenti dolorosi o confusione”, racconta Sivieri.
Elisa consiglia di seguire un percorso di “autoconsapevolezza”, per arrivare al momento del distacco preparate. "I miei bambini li porto nel cuore, ho dedicato a loro il libro (“Tata mia... mamma mia!”) che ho scritto, ma loro non lo sanno. Non ci siamo mai più parlati o scritti”.
In questo equilibrio delicato tra affetto e distanza, professionalità e coinvolgimento, si gioca forse la vera complessità di questo lavoro. Un ruolo ancora molto richiesto, che continua a muoversi su un confine sottile: quello tra presenza costante e appartenenza mai completa che solleva anche interrogativi sui modelli educativi adottati da alcune famiglie, in cui la ‘cura’ viene spesso troppo delegata.
Aurora Ramazzotti con il figlio e nanny in giro per Milano, foto da TikTok (2023)